LA VITA: Ludovico Ariosto nasce a Reggio Emilia nel 1474. A dieci anni si trasferisce a Ferrara e inizia i suoi studi giuridici e dopo alcuni anni inizia gli studi letterali con il monaco Gregorio da Spoleto. Dopo la morte del padre deve mantenere la famiglia, per cui nel 1502 accetta il capitanato della roccia di Canossa, nel 1503 entra nella corte del cardinale Ippolito d’Este e nello stesso anno prende gli ordini minori.

Nel 1506 inizia a scrivere “L’Orlando Furioso” e si impegna in teatro componendo due commedie in prosa. Nel 1513 si reca dal papa Leone X perché spera di ottenere una carica ecclesiastica ma il suo tentativo non va a buon fine. Sempre nel 1513 si innamora di Alessandra Benucci Strozzi, ma la sposa nel 1527.

Nel 1516 pubblica la prima edizione del “Furioso” in 40 canti. Compone una sorta di autobiografia morale, “Satire”, tra il 1517 e il 1525. Nel 1518 entra nella corte del duca Alfonso. Nel 1520 pubblica la seconda edizione del Furioso con correzioni. Nel 1522 diventa governatore di Castelnuovo.

Nel 1525 torna a Ferrara con la moglie e col figlio per godersi gli ultimi anni di vita. Nel 1532 esce l’ultima redazione del Furioso con l’aggiunta di nuovi episodi. Muore il 6 luglio del 1533.

IL PENSIERO E LA POETICA: Ariosto e il Furioso vengono riconosciuti come l’autore e il testo più rappresentativi della cultura umanistico-rinascimentale, una cultura che mette in relazione l’uomo, l’armonia e la razionalità. I valori dell’Umanesimo vacillano dato che la situazione politica italiana non è ottimale.

Alla base di tutte le sue opere ci sono i valori dell’Umanesimo: la laicità, la tolleranza, la visione terrena e umana dell’esistenza. E’ evidente il fatto che per lo scrittore le passioni (amore, ricchezza, ecc) esercitino nell’uomo poteri irrazionali che neanche le migliori qualità umane (ragione, onore, amicizia, ecc) riescono a controllare. La visione del mondo ariostesca è quindi laica, la poesia perde la funzione civilizzatrice e eternatrice.

I principali temi narrativi (l’amore folle, il movimento continuo e intrecciato dei protagonisti) e i tratti strutturali e stilistici (forma variegata e dinamica, ironia, il pluralismo e gli interventi diretti del narratore) del Furioso sono da ricondurre alla laicità dello scrittore. L’Orlando appare un’opera aperta e coesa anche grazie all’entrelacement (consiste nell’ ingarbugliare le vicende dei personaggi) con l’alternanza di temi diversi e la variazione di registri stilistici.

Ariosto sceglie di allacciarsi al poema boiardesco e di proseguirlo. Fonde i due principali cicli epici medievali, quello francese e carolingio, e quello bretone o arturiano. Si stacca dai sistemi narrativi di Boiardo, al centro della narrazione ariostesca si trovano i sentimenti dei cavalieri e il caso che gli avvicina e li allontana, li illude e li ostacola. Il motivo cavalleresco della ventura vieni sostituito, dallo scrittore, dalla ricerca di oggetto desiderato e smarrito.

L’Orlando è l’opera più importante di Ariosto, tant’è che oscure le altre ma non sono da sottovalutare. “Le Satire”, per esempio, presentano forti analogie tematiche e stilistiche con il poema, come per esempio, la pluralità dei registri linguistici .

L’attenzione di Ariosto, nell’osservare la realtà, è evidente in tutte le sue opere. Ariosto presenta modelli stilistici da emulare. Possiamo notare come lo scrittore sia fatto influenzare dalla lettura dei classici e dedica tributi a Dante. Aderisce alle teorie di Pietro Bembo.

LE OPERE: “Le Rime” (1493 – 1525), incentrate sulla tematica amorosa e ispirate da Alessandra Benucci. Il modello dell’opera è quello di Petrarca, esalta la bellezza della donna, esprime la gioia nel vederla, esprime la tristezza nella sua assenza.

“Le Satire” (1517 – 1525), composte in terzine e ispirate da Orazio dato che presentano un stile dialogico. Lo spunto di riflessione, per ogni satira, è un episodio di attualità o di vita quotidiana che diventa spunto per parlare di politica o cultura in generale. Utilizza uno stile ironico e polemico per criticare la follia umana, il suo obbiettivo è la ricerca di un equilibrio tra ideali e realtà.

“Priamo e Tisbe” (1473), è la prima composizione teatrale di Ariosto. “La Cassaria” (1508) e “I Suppositi” (1509), sono le prime commedie, entrambe in prosa e narrano storie d’amore contrastato. Queste commedie sono ispirate dalle opere latine di Plauto e Terenzio. “Il Negromante” (1520), presenta una maggiore unità compositiva e un maggior approfondimento psicologico dei personaggi. “La Lena” (1528), scritta in versi, narra la storia dell’amore tra Flavio e Licinia e il ruolo di intermediario svolto da Lena. Tra il 1528 e il 1531 riscrive, in versi di endecasillabi sdruccioli, La Cassaria e I Suppositi, perché vuole alzare il valore letterario e aggiungere un ritmo musicale.

ORLANDO FURIOSO: “L’Orlando Furioso” (1516 prima edizione, 1521 seconda edizione, 1532 terza edizione), è un poema epico-cavalleresco composto in 46 canti in ottave, riprende la trama dell’Orlando di Boiardo. I nuclei narrativi sono tre: la guerra fra l’esercito cristiano e l’esercito saraceno, le peripezie dei cavalieri per conquistare l’oggetto desiderato, la travagliata storia d’amore tra Bradamante e Ruggiero.

L’errare dei personaggi consente all’autore di dar vita ad un’intricata serie di avventure. Ariosto esprime la sua sfiducia nella capacità dell’uomo di essere artefice del proprio destino, di volgere a proprio vantaggio la fortuna. L’uomo, per conquistare la saggezza, dovrà affrontare le proprie paure, scontare il male e il fallimento.

Le azioni compiute dei personaggi, sono improntate alla ricerca di qualcuno o qualcosa, una ricerca lontana dalle motivazioni mistico-religiose dei cavalieri del Basso Medioevo. I luoghi in cui si svolgono queste ricerche sono la selva e il palazzo di Atlantide, metafore del fatto che il mondo è caotico e impossibile da padroneggiare. Alla selva ed al palazzo, si contrappone il campo dell’esercito cristiano a Parigi da cui tutti i cavalieri partono e vi ritornano, per assolvere i loro doveri da soldati. L’opera si apre con la fuga di Angelica, inseguita da cavalieri cristiani e saraceni, e si chiude a Parigi con il duello tra Rinaldo e Rodomonte. La trama è molto fluida grazie al fatto che fisionomia dei personaggi è poco complessa sul piano psicologico e strettamente coerente con la funzione narrativa.

L’autore è solito utilizzare, all’interno dell’opera, l’entrelacement che consiste nel rendere la narrazione continuamente sospesa e quindi ripresa in più storie legate tra loro, che avvengono in contemporanea. Possiamo notare l’inserimento di novelle quasi autonome, spesso narrate da un personaggio secondario.

L’azione dell’Orlando si svolge in posti reali, in luoghi magici e perfino sulla Luna. Nel poema sono presenti oggetti magici, animali fantastici, sortilegi e prodigi. La linearità del tempo, viene più volte infranta dalle variazioni del ritmo del racconto e dagli interventi del narratore.

IL PROEMIO (CANTO 1):

RIASSUNTO: esposizione delle argomentazioni.

ANALISI: Il proemio dell’Orlando furioso è costituito da 4 ottave, ciascuna della quali presenta e sviluppa un argomento, in cui il tono solenne e classicheggiante si fonde con la materia cavalleresca, i motivi encomiastici e i riferimenti autobiografici. La prima ottava enuncia lo sfondo della vicenda, cioè la guerra del re saraceno Agramante contro Carlo Magno, ma elenca anche i temi che verranno trattati, appartenenti tanto al ciclo carolingio (le armi, le audaci imprese) quanto a quello arturiano (le donne, i cavalieri, gli amori, le cortesie).

La seconda ottava presenta il protagonista, Orlando, e come da innamorato egli diventa pazzo. In essa è contenuto un accenno di tipo autobiografico alla donna del poeta che quasi lo ha reso furioso come Orlando. La terza contiene la dedica dell’opera al protettore del poeta, il cardinale Ippolito d’Este che con l’appellativo “Erculea prole” viene identificato come discendente di Ercole I, signore di Ferrara, idealmente collegato al famoso eroe greco, artefice di tante imprese.

La quarta introduce un secondo protagonista, Ruggero, che viene presentato come antenato del cardinale Ippolito. In essa viene dichiarato l’intento encomiastico dell’opera nei confronti della casa d’Este.

ANGELICA E I SUOI INSEGUITORI (CANTO 1):

RIASSUNTO: Mentre nel campo cristiano è in atto una vera e propria sconfitta, Angelica – affidata alla custodia di Namo di Baviera su decisione di Carlo Magno che l’aveva sottratta a Orlando e Ranaldo – si dà alla fuga. La fanciulla però viene nel frattempo inseguita nel bosco da alcuni guerrieri, tra cui per esempio vi è Rinaldo, follemente innamorato della ragazza dopo aver bevuto l’acquadell’amore, ma che lei detesta dal momento in cui ha bevuto alla fonte del disamore e Ferraù che uccise suo fratello Argalia e che aveva in precedenza anche rifiutato. I due paladini inoltre, prima di riprendere l’inseguimento di Angelica, lotteranno tra di loro in un vero e proprio duello agguerrito. Nella sua lunga fuga Angelica ha quindi a che fare con suoi vecchi pretendenti.

Lo scenario complessivo in cui avviene la fuga di Angelica è quello della selva che assume quasi dei connotati labirintici, in cui i suoi pretendenti la inseguono con lo scopo di possedere la donna amata, non riuscendo però mai in questo intento. Mentre Rinaldo la insegue, Angelica incontra anche Ferraù che ha come obiettivo sempre quello di riuscire a “catturare” la donna oggetto del suo desiderio. Inizia quindi il duello tra i due uomini, ma Angelica riesce in questa circostanza a riprendere la sua fuga.

IL PALAZZO DI ATLANTIDE (CANTO 12):

RIASSUNTO: Orlando cerca Angelica e ha una visione: gli sembra di vederla su un cavallo, rapita da un cavaliere. Così Orlando insegue il cavaliere ed entra in un palazzo incantato: chi ci entra pensa di avere di fronte a se l’oggetto del proprio desiderio ma in realtà è solo un’apparenza (infatti Orlando crede di vedere Angelica, Ruggero Bradamante, i cavalieri i cavalli…). Esce da palazzo perchè crede di vederla nel giardino ma ha l’illusione di sentire la voce di Angelica dentro il palazzo, quindi ci rientra.

ANALISI: In questo testo al verso 15, Orlando crede di aver visto Angelica e subito dopo afferma che è lei veramente. Non si ha perciò un distacco netto tra l’immaginazione e la realtà. Questo concetto viene anche ribadito in numerose altre parti del testo dove Orlando dice che le sembra Angelica e subito dopo è lei veramente. In tutte le parti del brano viene poi ribadito il fatto della vanezza della ricerca (vv.56-62), che si ripercuote su tutti i cavalieri a causa dell’incantesimo del mago. Il Palazzo di Atlante può essere visto come una metafora qualcosa che si insegue come un miraggio ed insieme alla vanezza della ricerca porteranno Orlando alla follia. Nel testo si riconoscono poi continui interventi dell’autore onnisciente Ariosto.

LA FOLLIA DI ORLANDO:

RIASSUNTO: Orlando, inseguendo il cavaliere saraceno Mandricardo,  decide di riprendere le forze in una radura, che era stato il luogo degli incontri tra Angelica e Medoro. Orlando scopre gli indizi della passione lì consumatasi nei messaggi d’amore incisi nei tronchi degli alberi e sulle pareti delle grotte. L’eroe, per non soccombere al dolore, si illude che ciò che vede non sia vero, ma le sue speranze si sgretoleranno quando, chiesta ospilità ad un pastore del luogo, scoprirà che il letto dove dorme è quello dove i due amanti hanno passato la prima notte di nozze. Orlando cade quindi in preda alla follia e distrugge tutto ciò che trova sul suo cammino, spogliandosi persino della sua stessa armatura. La crisi del protagonista verrà risolta solo dall’intervento di Astolfo, che, nel canto trentaquattresimo del poema, si recherà sulla Luna a recuperare il suo “senno” perduto.

ANALISI: Il canto ventitreesimo dell’Orlando furioso si svolge tra una radura amena e la casa di un pastore che ospita Orlando per la notte. I luoghi cantati non sono però mero sfondo della vicenda amorosa, ma hanno un ruolo da protagonista nell’esplosione della pazzia di Orlando. Piante, pietre e acque parlano e deridono il paladino, poiché gli offrono prove esplicite del tradimento di Angelica con Medoro: in tal senso, Orlando sfoga la sua rabbia su di loro, distruggendole in preda alla follia, come per metterle per sempre a tacere.La radura in cui arriva, stremato, Orlando, presenta a prima vista tutti i tratti caratteristici dellocus amoenus (ottava 100): si sottolinea così, con ancor più forza, l’antitesi tra la serenità del mondo circostante e il tormento interiore di Orlando. L’incedere della sua pazzia è descritto da Ariosto con precisione psicologica, in un crescendo di intensità drammatica. Dapprima, dopo aver letto i nomi degli amanti incisi nelle cortecce degli alberi, egli inventa illusorie spiegazioni e inganna se stesso; poi, giunto nella grotta, trova un’incisione di Medoro, in cui con una poesia in arabo si ringraziano  quei luoghi che hanno visto nascere l’amore tra lui ed Angelica. Orlando, che già sta cedendo alla pazzia, di nuovo si inganna, dicendo a se stesso che le incisioni sono opera di qualcuno che vuole instillargli gelosia o infamare il nome della donna amata. Sarà quindi il racconto del pastore, e alla vista del gioiello da donato da Orlando ad Angelica come pegno d’amore e da lei lasciato al suo ospite in segno di gratitudine, a far cadere tutti gli argini, psicologici e fisici, della follia del paladino.Ariosto descrive la pazzia di Orlando con numerose e ripetute iperboli ed esagerazioni, tese a sottolineare la drammaticità e la furia cieca dell’eroe. Il tema della pazzia (già presente nel filone del ciclo bretone, ad esempio nelle figure di Tristano o Lancillotto) è qui sviluppato con molte sfaccettature: quella di Orlando è infatti una psicologia in divenire, ben più complessa di quella degli eroi precedenti della tradizione. Così il protagonista, sconvolto dalla scoperta della verità, attraversa diversi stadi, descritti con molta finezza psicologica: l’illusione e l’autoinganno, la negazione della realtà e l’accusa contro terzi, il dolore che rende muti ed intontiti, la follia come fuga dal mondo e sua distruzione. Ma a vigilare sulla drammaticità degli eventi c’è sempre il senso della misura dell’autore, la cui medietas (si veda il finale del canto, in cui l’autore sospende la narrazione per evitare che sia “molesta”) stende un velo sulla storia del paladino impazzito.